LA SINDROME DEL CALZACORTA

A chi segue un po’ le cronache del nostro mondo quadrettato non sarà certo sfuggita la simpatica diatriba tra Sergio Bonelli e Alfredo Castelli circa i pantaloni corti di quest’ultimo. Bonelli afferma infatti che quando Alfredo si è presentato in redazione per la prima volta aveva i pantaloni corti, ma Castelli giura l’esatto contrario. Io posso dire di aver conosciuto Alfredo nel 1966 e che aveva i pantaloni lunghi. Ricordo benissimo l’incontro a casa sua in via Medardo Rosso. Eravamo nella sua stanza e non appena sua madre ci ha lasciati soli, Alfredo ha tirato fuori da sotto il letto la sua collezione di Playboy.

Tutto emozionato mi mostra le riviste patinate e io lo seguo a ruota. Ma quando passa veloce sulla Centerfold, la ragazza del paginone centrale e va oltre, mentre io avrei voluto fermarmi il giusto, inizio a non capire. Soprattutto quando poi anziché commentare quei splendidi capolavori di madre natura mi illustra estasiato le tavole di Little Annie Fanny, mi chiedo: “Ma questo qui è normale?”. In realtà Alfredo era ed è normalissimo. Solo che all’epoca, oltre a “subire” l’educazione di una madre assai severa, era proprio timidissimo. E comunque – non chiedetemi perché – dava più importanza alle tempere di Harvey Kurtzman che alle curve delle playmates, le conigliette di Hugh Hefner. Poi con il tempo si è ampiamente rifatto…

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Playboys’s Little Annie Fanny, di Will Elder e Harvey Kurtzman

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Copertina di Playboy del febbraio 1966

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Chi invece aveva senz’altro i pantaloni corti quando ha messo piede alla redazione del Sgt Kirk era Ferruccio Giromini anche se, ne sono certo, nel caso leggesse questo post, dirà che non è vero…
Anche di questo incontro ho un flash lucidissimo. Era l’estate del 1968, Ferruccio usciva con un amico dalla porta della redazione, mentre io entravo a consegnare il testo della mia rubrica Corpo 8. Aveva l’aria un po’ abbattuta. Aveva appena mostrato all’editore di Kirk, Florenzo Ivaldi – cultore di tavole originali – i disegni di Guido Crepax, realizzati per il volume promozionale della Shell “Trecento all’ora”, pubblicato nel maggio di otto anni prima. Disegni ottenuti grazie alla complicità di un amico – di cui non ricordo il nome – il cui padre lavorava proprio per la compagnia petrolifera che, in quegli anni, aveva sede a Genova. Non poteva sapere il povero Ferruccio che Ivaldi nutriva un totale disinteresse per Crepax: “Belin, a Hugo non gli fa neanche la punta alla matita…”

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Copertina di Trecento all’ora, pubblicazione a cura della Shell Italiana, Maggio 1960

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Interno di Trecento all’ora, pubblicazione a cura della Shell Italiana, Maggio 1960, disegno di Guido Crepax

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Comunque, mentre il ricordo visivo dei miei amici oscilla tra i pantaloni corti o lunghi, il mio personale è con le calze, terribilmente corte.
Io, in realtà, proprio non le volevo quelle calze corte con l’elastico. Ma provate voi a discutere con mia madre… Già quand’ero giovane non mi lasciava parlare – cosa che ora fa di default – e neppure mi dava la possibilità di controbattere. Quindi mi sono tenuto le calze, che oggi hanno provocato all’altezza del calcagno una depilazione permanente. Ma allora il mio peggior timore era quello di essere classificato in una delle tipologie calzacortiane indicate da Renzo Barbieri nel suo “Il Calzacorta” (RG, 1968). Capite bene che, a detta di Renzo, all’epoca i calzacorta in Italia erano circa 40 milioni, il 77% della popolazione!

“Il Calzacorta”, di Renzo Barbieri, RG 1968

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Relativamente all’abbigliamento, i calzini non furono però l’unico oggetto di discussione in famiglia. Dovete sapere che mia madre aveva quattro fratelli e, come di consuetudine per tutti noi poveri cristiani in quegli anni, ereditavo gli indumenti dei miei zii. Tra cui dei pungentissimi pantaloni di mio zio Milin, che non volevo mettere neanche morto. Mia madre sosteneva che non pungevano. Io, ovviamente, non ero d’accordo. E mi venne la brillante idea di dirle: “Parli bene tu che hai i collant e non senti pungere le gonne…”
Lei, convinta, mi risponde: “E prova a metterteli anche tu!”.
Io, testardo, accettai la sfida. E insieme andammo al cinema Odeon in Corso De Stefanis. Ricordo come un incubo la visione quel film, L’erba del vicino è sempre più verde. Mentre il pubblico si sbellicava dalle risate, quasi saltando sulle poltrone della platea – allora, i film si vivevano più intensamente di oggi! – io facevo concorrenza a Celentano, dimenandomi più del Molleggiato nazionale. E, ovviamente, non per le gag che vedevano protagonisti Cary Grant, Deborah Kerr e Robert Mitchum.

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Locandina di L’erba del vicino è sempre più verde

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18 Commenti a “LA SINDROME DEL CALZACORTA”

  • Paolo:

    Argh! Collant e pantaloni pungenti: dev’essere stato proprio un incubo!

  • aumaldo:

    Boh, sarà che ognuno di noi (io per primo) si costruisce i ricordi così come più gli aggrada, ma, nella mia memoria, nel 1966/7 portavate tutti i calzoni corti (o, tutt’al più, alla zuava…), i sandali (per disposizioni materne) ed i mini calzini.

    • Gianni Bono:

      Non è vero. Io ho smesso di portare i canzoni corti già dalla prima media. Ed era il 1961! Alcuni miei compsgni se li sono tirati dietro fino in terza. E, fino al 1962, usavo i pantaloni corti solo per giocare a pallone per strada, specialmente nei vicoli vicino a via Canevari. O per simulare Tom Sawyer nei rivoli palustri di via Berno (che oggi sono scomparsi). Gianni

  • Ferruccio Giromini:

    E invece confermo. Tutto giusto: nell’estate del 1968 avevo 14 anni e i pantaloni corti; i disegni di Crepax non piacevano al prattomane Ivaldi (che poi però ad ogni buon conto me ne ha comprato uno); e visitare regolarmente la redazione del “Sgt. Kirk” – specialmente la domenica pomeriggio, quando ci trovavo solo Hugo e si poteva chiacchierare tranquilli per ore, mentre stava a disegnare la “Ballata del Mare Salato” – era per me un piacere e un onore inenarrabile. Gianni me lo ricordo già con i pantaloni lunghi, e confesso di non aver mai fatto caso alla lunghezza (o cortezza) delle sue calze.

    • Gianni Bono:

      Ne ero convinto, ma ti ringrazio per la conferma e per le aggiunte aneddotiche. Ma come si chiamava il tuo amico? Gianni

  • Alfredo Castelli:

    Ahi! Un’altra leggenda da sfatare come quella dei calzoni corti. Vero che Gianni e io ci siamo conosciuti nel ’64 quando stavo con i miei in via Medardo Rosso; vero anche che ero timido e che mia madre (la quale, comunque, non era particolarmente severa) non avrebbe apprezzato se avessi avuto una raccolta di Playboy. Il fatto è che NON ce l’avevo, anche se l’avrei ambita molto (e non per Little Annie Fanny). Nei primi anni’60 le maglie della censura erano molto rigide, e Playboy – considerato l’epitome delle riviste peccaminose – a Milano non arrivava neppure da Algani, una libreria che vendeva pubblicazioni straniere di ogni genere (ma non erotiche); pare che qualche copia – costosissima – giungesse di sfroso a Lugano, dove veniva disputata tra clienti facoltosi. Ora, Lugano dista da Milano un’ottantina di chilometri o giù di lì, un’ora di macchina traffico di frontiera permettendo. Ma per un ragazzo di diciassette anni degli anni ’60 (il che corrisponde più o meno a un undicenne un po’ tonto di adesso), privo di patente e soprattutto di denaro e scuse per un improvviso viaggio (“Mamma, vado in Svizzera a comprare Playboy”) era una distanza incolmabile. Per di più non potevo tenere sotto il letto neppure la collezione di Famiglia Cristiana, in quanto, ahimé, dormivo su un divano letto, arredo che ho sempre detestato e che veniva richiuso tutte le mattine. Credo invece che Gianni si riferisse a un volume uscito nel 1966 che raccoglieva le avventure di Little Annie Fanny e che sono riuscito a procurarmi qualche anno dopo grazie a vari scambi con un collezionista americano di nome John McGeehan (allora non c’era eBay) e che mio malgrado, gli ho mostrato. Dico “mio malgrado” perché Gianni ne ha parlato all’amico e conterraneo Pierino Ravaioli, letterista e disegnatore, il quale me l’ha chiesto in prestito. Come spesso accade (mai prestare fumetti agli appassionati di fumetti), il libro non ha fatto ritorno, finché un giorno ho saputo che Piero era morto, cosa che ovviamente mi è dispiaciuta al di là di Little Annie. Qualche anno (dico anno, non mese o settimana), agli inizi degli anni ’80, entrando alla Bonelli ho sentito l’inconfondibile parlata genovese di Pierino, e per un attimo, non scherzo, ho creduto di vedere un fantasma. In realtà Piero non era mai morto, e neppure era mai stato malato, e da tempo realizzava il lettering per le allora poche testate Bonelli; non ho mai capito come mai mi fossi fatto quell’idea funesta. Sono stato felice per la sua resurrezione, e, naturalmente, ne ho approfittato per chiedere notizie di Little Annie Fanny, ma ne aveva perso le tracce. Pochi anni fa, purtroppo, Pierino ci ha lasciato davvero e non intendo riparlargli del volume se non tra molto, moltissimo tempo. Scusate questa gigantesca divagazione, in realtà volevo solo tener alto il mio onore di giovane onanista!

    • Gianni Bono:

      Ciao Alfredo, non vorrei contraddirti. Ma volevo precisare che noi non ci siamo conosciuti nel 1964, ma all’inizio del 1967, quando sono venuto a casa tua. Proprio lo stesso periodo in cui in Italia usciva Men e di lì a poco Playmen. Anche Playboy era regolarmente in edicola. Sì, è vero, tua madre non era severa. Con me era gentilissima, ma credo che sarebbe stato comunque imbarazzante mostrarle Playboy. Bellissimo il ricordo dell’impareggiabile Peter. Nessuno voleva dubitare del tuo sport preferito, che è poi quello di tutti gli appartententi al nostro Club. Quindi alto. Più alto possibile, finché si può. Ovviamente l’onore. Gianni

    • Castelli, approfitto della sua presenza per farle due domande (la prima è più una preghiera):
      1 – a quando il libro delle memorie di nonno Alfredo con i racconti di redazioni, redattori e autori di fumetti, illustrato dal Pitore di Santini, in cui andrebbero raccolte anche le belle tavole già pubblicate da Lei su Eureka e Orient Express?
      2 – sbaglio o il vero nome della testata che è stata la sua prima pubblicazione (e forse la prima fanzine di fumetti) è ‘Comics’ (‘Comics Club’ nel secondo numero) e non Comics Club 104, come si continua – a mio avviso – erroneamente a scrivere? (lo fa anche Bono nella sua guida?)

  • aumaldo:

    Ho la sensazione che questa conversazione stia diventando un ricettacolo di bugie, di conferme (poche) e di smentite (molte)…
    …comunque, tutto molto ma molto interessante…
    …a Bono (o era Bernazzali?), che mi spediva Comics World, si è aggiunto anche Castelli, che, più o meno nello stesso periodo (un anno prima) mi inviava Comics Club 104.
    E, comunque, nonostante le smentite (alle quali, com’è ovvio, credo ciecamente), la falsa (ma ormai indelebile) immagine che mi sono costruita di ambedue è quella di due ragazzi che, in pantaloncini corti, facevano la fila alle Poste per spedirmi le loro fanzines…
    …scusatemi…

    • Gianni Bono:

      No. Tutto fuorché bugie. E’ che a volte i ricordi sono un po’ diversi dalla realtà. Ma, anche se l’argomento è – come dire – “leggero” , mi fa piacere che abbia stimolato così tante repliche. Gianni

    • Gianni Bono:

      Scusa. Non avevo finito di risponderti ed è partita sola la prima parte. Sì io e Nino (Bernazzali) facevamo lunghe code agli uffici postali per spedirti Comics World. Ma, giuro, avevamo i pantaloni lunghi. Gianni

  • Ferruccio Giromini:

    Il mio amico e sodale si chiamava (e si chiama tuttora) Andrea Puppo, allora grande appassionato di comics col quale abbiamo condiviso per anni le letture di CdP, Giorno dei Ragazzi, Carl Barks, Nembo Kid, Vitt, Albi Spada, Collana Eroica, Classici dell’Audacia, Linus, Eureka, Supereroi Corno, il Mago, Sorry, naturalmente Sgt. Kirk, eccetera eccetera…

  • francyduck:

    Non ho nulla di intelligente da dire sull’onanismo e non ero ancora nato nel 1964, però non posso resistere alla tentazione di partecipare ad una discussione con delle leggende viventi come Gianni Bono, Alfredo Castelli e Ferruccio Giromini (in ordine alfabetico). Mi limito a ricordare che mia madre, al primo giorno di scuola media, mi costrinse ad indossare dei pantaloncini corti da poppanti, per i quali i miei compagni mi hanno preso in giro per anni…

    • Gianni Bono:

      Non so quando sei nato. Ma che vergogna! Sei di default inserito nel club! Gianni

  • come sopra: io odio calze, calzini e calzettoni (di qualunque lunghezza) ma amavo alla follia il lettering di Ravaioli (aargh, anch’io ho prestato dei fumetti mai tornati, erano Classici di Walt Disney e le insistenze di mia mamma le verranno rinfacciate il Giorno del Giudizio nella valle di Josafat…)

    • Gianni Bono:

      Non so quanti lo sanno, ma il buon Ravaioli aveva anche una mano felice come disegnatore. Per il realistico di ispirava a Frank Robbins e per il comico aveva uno stile tutto suo. Insieme abbiamo fanno una serie di gags per Diabolik. Appena le trovo le pubblico in rete. Tra l’altro Ravaioli era il cugino di Renzo Calegari. Ed è proprio Pietro che mi ha portato a Bolzaneto a conoscere Renzo. Gianni

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